“Lo sguardo di Dio è amare e donare grazia” (S. Giovanni della Croce): riconoscere e accogliere sempre più profondamente questo sguardo che lo avvolge e lo penetra fino alle radici dell’essere è l’esperienza vitale del contemplativo. Scoprire l’immensità dell’amore con cui è amato, inabissarsi nell’intimità del proprio cuore per incontrare e conoscere quella Presenza divina che lo inabita, lasciarsi plasmare per rifletterne la luce è la sua avventura esistenziale. “Voglio vedere Dio”: diventa il grido che esprime ciò che tutto il suo essere desidera ardentemente, la ricerca del suo volto ciò che vale più di tutto, come è stato per S. Teresa di Gesù e tanti santi. Ma Dio nasconde il suo volto, perché l’uomo sulla terra non può sostenerne lo splendore, ma anche per garantire la libertà della sua creatura a cui non vuole imporsi. L’amore non si impone, chiede di essere accolto in libertà. E quello di Dio, proprio per la sua grandezza, rimane misteriosamente vulnerabile accettando il rischio di essere rifiutato. Ma la sua passione sconfinata per l’uomo non si arrende mai, continua a cercarlo, come un innamorato, molto più di quanto l’uomo cerchi lui.
Nell’esperienza contemplativa si scopre che incontrare il volto della Presenza amante e amata che dimora in noi significa in realtà da una parte cercarlo ancora, continuamente, e dall’altra lasciarsi cercare e trovare. Questa esperienza è un lungo, faticoso cammino in un deserto che rivela sempre più al contemplativo da un lato la profondità della sua povertà, la sua impotenza, l’incapacità a portare a compimento il desiderio che costituisce il cuore della sua vocazione, quello di vedere e conoscere Dio, dall’altro sperimenta un’acuta desolazione per la lontananza, a volte per l’assenza, di colui che i suoi occhi vogliono contemplare.
La contemplazione fa parte del mistero della persona perché la riconduce al senso della sua origine e del suo destino: creata da Dio per una comunione infinita ed eterna con lui. Di conseguenza essa si unisce all’esperienza della sua interiorità, al penetrare nell’intimità del proprio cuore là dove vive la Presenza trinitaria. E’ proprio in questo entrare nella profondità di sé che il contemplativo sperimenta lo scontro doloroso con il suo limite. Scopre innanzi tutto di avere un cuore diviso, contraddittorio: il suo desiderio bruciante di conoscere e incontrare il suo Signore si contrappone all’attrazione verso altro, che non corrisponde a ciò che il cuore brama nella verità, a cominciare da un attaccamento egoistico a sé. Sperimenta una ambiguità che gli sembra insormontabile, una povertà estrema che non aveva mai riconosciuto come sua. Va in frantumi l’ideale di se stesso e della sua perfezione spirituale che si era creato dissimulando le proprie debolezze che altrimenti gli sarebbero insostenibili.
Insieme allo spezzarsi della idealizzazione del suo io si frantumano tutti i suoi “idoli” e il contemplativo si ritrova disorientato, in una lacerante sensazione dell’assenza di Dio. Ma è un passaggio decisivo nell’itinerario contemplativo, che introdurrà la persona che lo sta vivendo alle sorgenti stesse della contemplazione quale conoscenza amorosa del Signore della vita mediante la luce della fede e il fuoco dell’amore. Nella fede nulla è evidente e tantomeno scontato, credere è un rischio e una fatica. E’ necessario liberarsi dall’idolatria a cui tanto facilmente ci si assoggetta, a cominciare da quella delle false idee su Dio che ci siamo creati noi e dai nostri schemi spirituali in cui pretendiamo di far tornare i conti secondo le nostre misure. Per questo Dio lascia che le nostre domande rimangano talvolta senza risposta; anzi, egli stesso diventa più domanda che risposta. Il contemplativo viene spogliato da facili sicurezze e consolazioni. E’ allora che le sue inquietudini e insicurezze cominciano ad essere accettate come ferite aperte attraverso cui la luce e la vita divine fluiscono nascostamente in lui e da lui. E’ il momento in cui riscopre in tutta verità che tutto è grazia immeritata, che la propria debolezza è lo spazio dove si manifesta il miracolo della misericordia, che l’amore di Dio è pura, assoluta gratuità. Scopre che siamo grandi perché amati, non amati perché grandi. Lo stato di desolazione a volte sarà sperimentato ancora, sicuramente il desiderio dell’unione piena con il Signore continuerà ad essere un fuoco che brucia dolorosamente, ma ora nel suo cammino contemplativo la persona è sostenuta dalla pace profonda che scaturisce dall’abbandono fiducioso e da una gioia così misteriosa da essere quasi impercettibile, ma reale.
Nell’attesa di vivere la comunione eterna con Dio nella sua pienezza definitiva, il contemplativo incontra la sua presenza, il suo volto scolpito nell’intimità del suo cuore, là dove sorge la sua autentica personalità nel cuore a cuore con questa presenza e nello stesso tempo dilata il proprio cuore ad orizzonti universali, diventando per tutti i fratelli un fermento di liberazione, una rivelazione dell’amore di Dio. I suoi stessi dubbi, le sue inquietudini lo rendono compagno di cammino a tutti coloro che sono “lontani”. La preghiera diventa per lui un abbraccio d’amore che stringe tutti nella carità di Cristo.
Anche se alcune persone hanno il dono di una vocazione particolare alla vita contemplativa, tutti sono chiamati alla contemplazione. Lo affermava già S. Teresa di Gesù. Nei suoi insegnamenti, lei ci indica in particolare due “vie” per raggiungere “la perla, o l’acqua viva” della contemplazione: una “determinada determinacion” e l’umanità di Gesù Cristo. In questo cammino è necessario avere una ferma decisione ad andare avanti, costi quel che costi, fino a raggiungere il suo fine, la conoscenza e l’unione amorosa con il proprio Signore. Ma soprattutto è l’umanità santa di Cristo la via privilegiata per inabissarsi nel mistero dell’amore trinitario, che ci rivela la tenerezza infinita del Padre e ci dona di vivere la sua stessa vita e amare con il suo stesso amore nello Spirito che infonde in noi.
La contemplazione è l’esperienza talmente profonda e totalizzante della gratuità assoluta dell’amore che suscita una infinita gratitudine e l’irresistibile desiderio di testimoniarla, diffonderla fino agli estremi confini del mondo.
In questo anno paolino non possiamo fare a meno di rivolgere lo sguardo all’incandescente esperienza contemplativa di S. Paolo.
Se essere contemplativi significa immergersi nel mistero di Dio che ci salva in Cristo rendendoci partecipi della sua stessa vita trinitaria, Paolo vi si inabissa in modo straordinario, ne scruta i segreti per la potenza dello Spirito e lo canta con la vita e le parole: “O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!” (Rm 11,33). Da prima della fondazione del mondo il cuore del Padre si propone di far partecipare l’uomo alla sua gloria eterna mediante il Figlio. L’apostolo ne ha la chiara percezione interiore: “E Dio che disse: ‘Rifulga la luce nelle tenebre’ rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo” (2 Cor 4,6).
Il Risorto ha conquistato Paolo e gli ha rivelato la sua particolare vocazione. Lui lo segue, appassionatamente, fino a dare la vita, certo che in Cristo è la pienezza divina e che egli vuole riempire di sé tutti gli uomini per dare loro questa stessa pienezza. Ma l’apostolo sperimenta dolorosamente e confessa la propria debolezza, si sente interiormente squarciato tra il male che non vuole e invece compie e il bene che vorrebbe ma non riesce a realizzare. Allora avviene la rivelazione sconvolgente: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza” (2 Cor 12,9). La sua povertà diventa la sua vera ricchezza perché in essa la grazia si rivela in tutta la sua grandezza e forza; così la povertà si trasforma in sorgente di lode alla misericordia. Ora Paolo sa che tutto può in colui che lo ha amato e ha dato se stesso per lui. Egli non vive più per se stesso, ma è completamente proiettato nel mistero di Cristo e con lui partecipa al travaglio dell’intera umanità verso il pieno compimento del disegno di redenzione del Padre. Tutta la sua vita è ormai una testimonianza appassionata della gratuità dell’amore di Dio per l’uomo, una testimonianza che Paolo sa efficace solo se donata nella gratuità.
La luce del mistero rivelato in Gesù ha folgorato Paolo, “colui al quale il futuro è apparso: nulla è superbo come questo volto stupito dalla vittoria della luce” (Victor Hugo). L’urgenza interiore che questa stessa luce diventi vita per ogni uomo lo fa pregare: “Io piego le ginocchia davanti al Padre… perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati dal suo Spirito nell`uomo interiore. Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l`ampiezza, la lunghezza, l`altezza e la profondità, e conoscere l`amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio” (Ef 3,14-19).